«RICEVETE LO SPIRITO SANTO» – Commento al Vangelo della Domenica di don Lambert

Tutto ha inizio nel rinchiuso di un cenacolo. Tutto ha inizio dall’umana paura. Ecco quello che ci dicono i testi della festa della Pentecoste; i discepoli erano rinchiusi in quel cenacolo per paura.  E  quella paura non è passata anche quando il risorto apparve loro. Quando si è fatto toccare. Quando ha spiegato loro le cose. Quando li ha rassicurati. Certe paure non passano anche quando abbiamo intorno a noi segni che dimostrerebbero l’assurdità di tali paure. La Pentecoste è la festa del coraggio. È la festa dell’audacia. È il momento in cui una forza interiore ci raggiunge e ci estirpa dai cenacoli di paura della nostra vita per portarci fuori lì dove la nostra libertà non riesce ad arrivare. Lo Spirito Santo riempie lo spazio tra i nostri propositi e la paura di non farcela. Egli colma la distanzapentecoste spesso abissale tra la mente, il cuore e le mani. Lo Spirito Santo ci spinge all’azione. Egli rende perfetto l’imperfetto. Come recita un’antica ma sempre attuale preghiera: senza la sua “forza nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.  (Egli) lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato”. Per cinquanta giorni i discepoli si sono inebriati dei racconti del risorto. Hanno mangiato con lui. Lo hanno toccato. Ma non bastano queste cose per tirarli fuori. Deve arrivare lo Spirito Santo. Esso li trova uniti e riuniti tutti insieme, concordi nella preghiera e assidui nell’ascolto della parola, ma paralizzati dalla paura. Lo Spirito Santo li riporta al senso della loro vocazione: la missione. Lo Spirito Santo li manda fuori e li assisterà in quel mandato. Li riporta alla realtà e li aiuta a capire. Egli conduce alla verità tutta intera. Ognuno di noi scopre alla Pentecoste che credere non è tanto capire e sapere delle cose del risorto e sul risorto. Non è solo fare esperienza di Dio. Ma lasciarci coinvolgere da Lui per poterlo trasmettere. Senza lo Spirito Santo la nostra fede è un’esperienza privata. Grazie allo Spirito Santo la nostra fede diventa un possibile racconto per gli altri. Lo Spirito Santo rende tangibile e dicibile l’esperienza che facciamo con Dio. Gesù facendosi riconoscere dai suoi discepoli soffia su di loro. Il gesto rimanda alla genesi quando Dio comunicò all’uomo l’alito vitale. La Pentecoste segna per cosi dire l’inizio di una nuova creazione, una nuova alleanza. Il soffio del risorto agli apostoli ha come primo effetto la remissione dei peccati. Li perdona, li cancella, in modo che Dio non li ricorda più. E il perdono non è nient’altro che la condivisione di quel dono di misericordia che abbiamo ricevuto. Prima ancora di essere un potere, una facoltà, il perdono è la trasmissione di quel dono che non abbiamo meritato. Mi colpisce che Giovanni abbia associato al dono dello Spirito, il dono del perdono. Infatti solo chi respira lo Spirito divino sa e può perdonare davvero. “Ricevete lo Spirito”, dice Gesù, cioè “accoglietelo come un dono”. Una sola cosa è richiesta: non rifiutare il dono, perché il Padre dà sempre lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono (cf. Lc 11,13). Un’altra cosa ci è suggerita: chiedere sempre il dono dello Spirito. È il dono della vita piena; il dono dell’amore che noi non saremmo capaci di vivere da soli; il dono della gioia che spegneremmo ogni giorno; il dono che ci permette di respirare in comunione con i fratelli e le sorelle, confessando con loro una sola fede e una sola speranza; il dono che ci fa parlare e ci rende comprensibili. È significativo sapere che alla Pentecoste tutti udivano gli apostoli parlare nella propria lingua (Att 2, 8), forse perché era  come “l’inglese” dell’epoca, anzi “l’inglese” di tutti i tempi. La lingua universale infatti che tutti comprendono è: l’amore. Quando uno possiede questo amore che viene da Dio è comprensibile a chiunque nonostante le paure, le distanze e le diversità. Don Lambert