Lasciatevi riconciliare!

Di Giulia Lucentini. Quaresima: tempo forte, tempo d’attesa. È curioso osservare che passiamo la maggior parte del tempo liturgico…in attesa. Che senso ha passare tutto questo tempo ad aspettare? Prima di rispondere, o almeno provarci, vorrei partire dall’inizio di questa quaresima. Dalla seconda lettura del mercoledì delle Ceneri una frase di San Paolo mi è rimasta in testa: “lasciatevi riconciliare” con Dio (cf. 2Cor 5,20). Ecco le due parole chiave: “lasciatevi riconciliare”. È l’invito più bello che ci potesse essere rivolto. Paolo non ci esorta a “fare qualcosa”, ma ci spinge a lasciare che sia Dio a “fare qualcosa” in noi. Ecco a cosa serve l’attesa. Abbiamo avuto un intero anno liturgico per “fare”, per “servire”, per “andare”. Ora bisogna fermarsi e restituire il posto centrale a Dio. Perché è vero che Dio non ha altre mani al di fuori delle nostre, ma è anche vero che spesso la frenesia del quotidiano, per quanto illuminato esso sia dalla Sua luce, ci porta a capire che è arrivato il momento di mettere le mani a riposo, magari giunte in preghiera. Aspettare vuol dire concedere una pausa al corpo e alla mente, restando vigili in attesa del “momento favorevole”, del “giorno della salvezza” in cui Dio viene a soccorrerci. Durante questo tempo di attesa, Dio ci chiede di “non fare” per lasciarci ancora una volta la possibilità di vedere ciò che Lui fa per noi, con noi, attraverso di noi. Siamo abituati a pensare alla riconciliazione come ad un’azione che deve partire da noi, e invece qui ci viene detto di “lasciarci” riconciare, lasciare a Lui la facoltà di venirci incontro e di prenderci per mano attraverso la carezza di un bambino, la telefonata di un amico, un messaggio inaspettato o una semplice chiacchierata. È un invito a “lasciar fare” a Lui per capire una volta per tutte che il “non fare” nostro è il “fare meraviglie” di Dio. E se il bisogno che sentiamo di sentirci accolti e ascoltati non lo consideriamo realizzabile nella nostra famiglia o tra gli amici, è bene sapere che nella nostra realtà montegranarese, specialmente durante questa quaresima, c’è sempre un sacerdote disponibile e aperto all’ascolto. Esiste questa reale disponibilità di un punto di ritrovo se ciò che si cerca è un confronto o anche solo semplicemente un paio di orecchie ben aperte. Qualcosa però non è ancora chiaro: perché oltre ad attendere e “lasciar fare” dobbiamo anche digiunare e fare sacrifici, i famosi “fioretti”? Immaginiamo di andare a trovare un amico che non vediamo da tanto, una persona con cui non desideriamo altro che trascorrere un po’ di tempo insieme. Siamo lì a chiacchierare, ma non ci riusciamo per la quantità di telefonate, messaggi e quant’altro che arrivano sui nostri cellulari. Per quanto verosimile, è solo una metafora per dire che mettersi all’ascolto di Dio, desiderare di lasciarsi riconciliare con Lui non è pienamente possibile se restiamo ancorati al mondo e alla sua frenesia. Non dobbiamo fuggire dal mondo, ma ritagliare una parte significativa della nostra realtà per regalarla completamente al Signore e alla sua voce. Una voce che non si sente solo nei monasteri isolati o in cima agli eremi sperduti. Dio riesce a farsi sentire benissimo anche in città, persino nelle nostre chiassose e caotiche città moderne. Dobbiamo solo permettergli di avvicinarsi di più, lasciando fuori qualcosa di cui, alla fine, riusciamo benissimo a fare a meno. Insomma, per quaranta giorni sarebbe bello sperimentare una minore connessione alla rete e una maggiore connessione con Dio!