Il Crocifisso e la corona del Rosario di San Serafino

Di Daniele Malvestiti. Quel lunedì 11 ottobre dell’anno 1604 frate Serafino da Montegranaro, dopo la questua fatta come ogni giorno nella città di Ascoli Piceno, trafelato e con molta fatica tornò al convento dei Cappuccini di Santa Maria in Solestà. Infatti da qualche giorno soffriva di un acuto dolore al petto, di cui non aveva fatto cenno a nessuno ma, varcato il portone, il dolore diventò insopportabile ed un forte tremore lo assalì in tutto il corpo. Subito fu soccorso dai frati che tuttavia attribuirono il malore al freddo umido di quel giorno. Però, per sicurezza, fecero avvisare il loro medico. La mattina successiva venne a visitarlo il Dottor Pasquale Petrucci che gli prescrisse alcuni medicamenti.  “Voi perdete tempo, fra non molto io sarò morto…”, ripeteva fra Serafino, che non fu preso molto sul serio, tanto che nella Bolla di Canonizzazione si legge che in quella occasione il medico fu forse influenzato dal fatto che il malato era senza febbre e non costretto a letto. Frate Serafino pregò il Dottore di intervenire con i confratelli affinché gli fosse somministrata la comunione e l’estrema unzione, ma il medico, un po’ dileggiando, un po’ rincuorando il malato, rispose che quella richiesta gli sembrava esagerata. Così, per tutto il resto del giorno, il frate montegranarese continuò in quelle sue richieste, tanto che fu anche rimproverato per la sua eccessiva ostinazione nell’affermare che la morte era prossima. Tuttavia, uno dei confratelli, a cui aveva chiesto l’assoluzione generale, alla fine lo compiacque, ma solo per rispetto e devozione. Intanto scese la notte e alle ore 21,45 e mentre il frate se ne stava raccolto in preghiera, cominciò dapprima a sospirare intensamente, per poi allargare le braccia con gli occhi spalancati e fissi al cielo. Impaurito il padre Placido da Montedinove, visto che non dava segni di vita, andò a chiamare aiuto. Accorsero i frati, sgomenti, specie il vicario padre Bonaventura, rammaricato di non avergli creduto.  Di corsa fu portato l’olio santo e con tutti i confratelli attorno, gli fu amministrata l’estrema unzione, dopodiché fra Serafino, con “…. un ultimo sospiro, aprì leggermente la bocca e serenamente esalò l’anima sua nelle mani del Signore …”. Erano le ore ventidue di martedì 12 ottobre dell’anno del Signore 1604. Da allora trascorsero 163 anni e, dopo mille difficoltà, l’umilissimo frate montegranarese, onorando la sua Patria, salì agli onori degli altari. In due secoli e mezzo San Serafino è stato rappresentato in infiniti quadri, o stampe o statue, con alcuni segni particolari, ma soprattutto risulta raffigurato con in mano la corona del rosario ed un piccolo crocefisso (che era di ottone). Ci chiediamo allora il valore spirituale di tali segni. Il crocefisso (“Signum Christi”) rappresenta il simbolo per antonomasia della religione cristiana, della fede in Cristo, della sofferenza e della morte di Cristo e della sua promessa di salvezza per tutti gli uomini. Il Rosario, tanto caro alla pietà popolare, è senza dubbio da riconoscersi come la più universale delle preghiere ed anche determinante mezzo di evangelizzazione. Con tale termine si vogliono infatti designare le preghiere devozionali che tutte unite formano come una “corona”, ossia una “ghirlanda”, di rose da donare alla Madonna.  Questi dunque i segni che hanno caratterizzato nei secoli la vita e dunque anche l’iconografia del Santo granariense e che dovrebbero contrassegnare anche la nostra esistenza di cristiani. Bellissime le parole di Papa Clemente XIII nella Bolla di Canonizzazione “ …. la sapienza di Dio, si è manifestata in modo meraviglioso in San Serafino da Monte Granaro, il quale sebbene analfabeta, superò di gran lunga i sapienti ed i dotti, attingendo dal libro scritto che è Gesù Cristo, tale quantità di celeste sapere da essere annoverato tra i principali discepoli del Divino Maestro. Quanto egli fu povero di ricchezze terrene al cospetto degli uomini, altrettanto fu ricco di grazia al cospetto di Dio .…”. San Serafino, grande Santo di Montegranaro, prega per noi.